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BRIGANTE ROSSOL'unione fa la forza materiale, ma la forza e la ragione fanno le rivoluzioni! |
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November 06 SarkoRifondazioneE’ NATA SARKORIFONDAZIONE
Si è ufficialmente costituita la SarkoRifondazione, ovvero la Rifondazione nazionalsocialista, guidata dal “saggio” dottor Berty, Nichi e Milziade, i tre "valorosi moschettieri" del Re-alismo e dell'opportunismo "rosso"... Rosso dalla vergogna! Come vergognosa e ripugnante è la campagna xenofoba di istigazione all'odio razziale e di classe, scatenata dalla stampa di regime (centro-destra e centro-sinistra borghese in coro), che sta producendo i primi risultati riconoscibili in particolare nella rappresaglia di stampo squadrista contro i rumeni, e in generale in una vera e propria “guerra interna tra sottoproletari”: rom contro rom, rom slavi contro rom rumeni, a loro volta questi contro rom italiani, ancora rom contro gli abitanti delle periferie metropolitane, e via discorrendo. Ho letto l'intervista rilasciata sul quotidiano La Repubblica dal senatore Milziade Caprili in merito alla vicenda rom. Può un alto rappresentante del PRC (ricordo che trattasi di un senatore della Repubblica italiana, per l'esattezza del vicepresidente del Senato), esponente di un partito della cosiddetta "sinistra radicale", da sempre schierato (evidentemente solo a chiacchiere) dalla parte dei deboli e degli oppressi, pronunziare parole così demagogiche e populiste - "la sinistra deve ritrovare una connessione sentimentale con il proprio popolo" -, esprimendosi come un volgare e comune forcaiolo, quasi peggio di un leghista? Ecco un'altra frase-"capolavoro" degna di un qualsiasi demagogo razzista: "gli altri (rom, ndr) che non hanno reddito dovrebbero essere, nel rispetto di tutti i diritti della persona (e ci mancherebbe pure) rimandati in Romania". In base a simili ragionamenti è possibile giustificare persino le storiche deportazioni di massa eseguite a danno degli immigrati italiani giunti nell'America degli anni '20 del secolo scorso, quando alla guida del governo federale c’era il presidente Woodrow Wilson. Colui che istituì la segregazione razziale nel paese, per la prima volta da quando Abrahm Lincoln avviò la desegregazione nel 1863. Tornando all'Italia del 2007 e alle dichiarazioni rilasciate dal senatore "comunista", confesso che in tale intervista ho letto solo un passaggio davvero condivisibile, in quanto corrisponde a un dato di fatto assolutamente innegabile ed incontrovertibile: “I campi (rom, ndr) non stanno nei quartieri bene, ma nelle periferie". Giustissimo! E allora, cosa si dovrebbe fare? Deportare in massa i nomadi? E dove? Espellerli e rispedirli al mittente, ossia nella madre patria (anzi, matrigna) che prima li ha emarginati, perseguitati, maltrattati ed espulsi, ed ora li "difende" solo perché non vuole riprenderseli? Ma che fine hanno fatto i principi di "accoglienza", “integrazione”, "tolleranza", "giustizia" e quant'altro ancora, che da sempre hanno caratterizzato ed ispirato le posizioni politicamente corrette della sinistra? Oggi quei contenuti ideali sono disprezzati come "arnesi vecchi", anacronistici, quindi da rottamare. Quei proclami (tuttavia utili in campagna elettorale) sono andati a farsi benedire in funzione di squallidi interessi di opportunismo elettorale e in nome della salvaguardia a tutti i costi di un governo che ormai ha un sapore più sinistro (nel senso di losco, nefasto, orrido) che di sinistra. Quegli assiomi sono stati ancora una volta traditi, calpestati e cancellati, come è accaduto ad altri valori e comportamenti che appartengono da sempre al corredo ideale e al patrimonio storico-culturale della sinistra, intesa non solo come "sinistra radicale", ovvero "estrema", bensì come forze politiche tradizionalmente legate all'arco costituzionale e parlamentare borghese. Partiti che ormai sono approdati (a proposito di “ap-Prodi” e "migrazioni politiche") nel Partito Demo(n)cratico, di cui avevo già previsto da tempo l'involuzione in senso sicuritario e xenofobo. Una metamorfosi che ormai si è manifestata chiaramente e concretamente (non solo attraverso i sindaci-sceriffi di centro-sinistra), ma che purtroppo sta contagiando anche gli ambienti di quella "sinistra" che non si riconosce nel veltronismo. Infatti, benché intelligenti (almeno si presume che lo siano), il senatore Caprili e gli altri esponenti del PRC schierati apertamente su posizioni difformi rispetto alla linea assunta da Piero Sansonetti, direttore del giornale Liberazione (che è o no l'organo ufficiale di Rifondazione?), si stanno facendo suggestionare e turlupinare dalla campagna xenofoba e razzista condotta negli ultimi giorni dalla stampa borghese. Detto francamente, ho provato solo sentimenti di orrore, disgusto, rabbia e indignazione nel leggere quelle dichiarazioni, rilasciate oltretutto da un soggetto che osa definirsi "comunista"! Mi domando, dunque, quale senso e quale valore rivesta ed esprima ancora tale concetto per taluni sedicenti "compagni", nella fattispecie per un senatore del PRC-Sinitra Europea, nonché vicepresidente del Senato della Repubblica. Siamo ridotti davvero molto male! Ormai bisogna prendere piena coscienza della metamorfosi "faustiana" che si sta compiendo in alcuni settori del PRC, investendo in modo particolare alcuni suoi esponenti ad altissimo livello. Una mutazione regressiva che si sta spostando addirittura sul versante antropologico-culturale e morale, direi anche sul piano psicologico-emotivo, oltre che sotto il profilo ideologico e pratico-politico. In questo caso l'involuzione si è già consumata da tempo. Discussione su Irpinia Felix
Citazione Irpinia Felix October 28 La mutazione antropologica dell'IrpiniaLA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA DELL'IRPINIA
Ormai non c’è più alcuna differenza tra gli stili di vita e di comportamento, totalmente consumistici, degli individui che vivono in un piccolo paese delle zone interne dell’Italia meridionale, e gli abitanti di un’estesa metropoli come Roma, Milano, Torino, eccetera. Invece, 25/30 anni fa il divario era molto maggiore, direi quasi abissale; oggi si è ridotto in modo colossale livellandosi verso il basso. Il predominio assoluto, e assolutistico, dell’economia di mercato, ha generato effetti di alienazione e di omologazione superiori a qualsiasi altra forma di dittatura o di sistema totalitario, dal fascismo al nazismo, e via discorrendo. Ciò che in Italia non era riuscito al regime fascista di Mussolini durante un intero ventennio, è riuscito al modello di produzione e di consumo neocapitalista nel giro di pochi lustri. Ciò è accaduto anche in Irpinia, una terra immobile ed immutata per secoli, stravolta e sconvolta in poco tempo, soprattutto a partire dai primi anni ’80, anche per effetto di accelerazioni causate dall’evento sismico e dai processi economico-sociali innescati dalla ricostruzione delle aree terremotate.
Lo “spaesamento” del mio paese natale…
Oggi, il mio paese natale è un luogo di vita alienante, sempre meno comunità a misura d’uomo, e sempre più una realtà a misura di bottegai affaristi e speculatori. Certo, da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche e secolari, come il clientelismo politico-elettorale, la camorra e nuove contraddizioni sociali quali, ad esempio, la disoccupazione, le devianze giovanili, l’alienazione, l’emarginazione sociale e la disperazione che sono effetti provocati dalla modernizzazione puramente economica e materiale di una società che è diventata ormai una società di massa. Purtroppo, già da diversi anni, anche nelle nostre zone i giovani muoiono a causa di overdose di eroina e fanno uso di sostanze stupefacenti, oppure si schiantano in automobile il sabato sera, dopo una serata trascorsa in discoteca, e via dicendo… Persino il fenomeno dell’emigrazione si è “aggiornato” e “modernizzato”, nel senso che si ripropone in forme nuove e, forse, anche più drammatiche e più gravi del passato. Infatti, una volta gli emigranti irpini, e meridionali in genere, erano lavoratori analfabeti o semianalfabeti, oggi sono in grandissima parte giovani con un elevato grado di scolarizzazione. Inoltre, mentre gli emigranti del passato sovvenzionavano le loro famiglie rimaste nei luoghi di origine, a cui speravano di ricongiungersi il più presto possibile, i giovani di oggi che emigrano verso il Nord lo fanno senza più la speranza, né l’intenzione di far ritorno alla propria terra natale, anzi molto spesso formano e crescono le loro famiglie altrove, laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, si tratta di un’emigrazione di cervelli, ossia di giovani intellettuali sui quali le nostre comunità hanno investito molte risorse per farli studiare. Pertanto, questa è la più grave perdita di ricchezze e di valori per le nostre zone!... Quelle che un tempo erano piccole comunità a misura d’uomo, depositarie di una memoria storica secolare e dotate di un profonda identità fondata soprattutto sulle tradizioni locali e particolaristiche, oggi si sono disgregate e addirittura atomizzate, avendo perso rapidamente la propria dimensione umanistica e popolare, avendo smarrito la propria originale identità socio-culturale, localistica e dialettale, senza tuttavia assumerne una nuova, con inevitabili e devastanti ripercussioni in termini di alienazione sociale e di vuoto esistenziale.
La “modernizzazione” del Sud come effetto della “post-modernizzazione” del Nord…
Sul piano strettamente economico, quella irpina non è più una società agraria, ma non è diventata qualcosa di veramente nuovo e diverso, ovvero non si è trasformata completamente, e spontaneamente, in un assetto industriale vero e proprio, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali, come quelle che animano le dinamiche e lo sviluppo, forse troppo poco regolato e razionale, dell’economia del mio paese. Oggi, a quasi 27 anni di distanza dal terremoto, la società irpina è più o meno un “ibrido”, sia dal punto di vista economico-materiale, sia sotto il profilo sociale e culturale. Certo, occorre precisare che sul versante propriamente economico-produttivo, la “modernizzazione” delle nostre zone, che fino a pochi decenni fa erano dominate da un tipo di economia agraria, latifondistica e semi-feudale, è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso e controverso. Ciò si è determinato all’interno di un processo di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico su scala globale, ossia in una fase di ristrutturazione tecnologica in chiave post-industriale, delle economie neocapitalistiche più avanzate dell’occidente, con il trasferimento di capitali e di macchinari ormai obsoleti in alcune aree arretrate, depresse e sottosviluppate dal punto di vista capitalistico-borghese come, ad esempio, il nostro Meridione. Voglio puntualizzare che anch’io, come Pasolini, credo nel progresso, ma non nello sviluppo, soprattutto in questo tipo di sviluppo selvaggio ed irrazionale che è generato dalla globalizzazione economica neoliberista.
Una speranza di palingenesi terrena, non ultraterrena...
Voglio concludere la mia analisi condotta in pieno stile pasoliniano, cioè in modo “corsaro” e “provocatorio”, con il richiamo ad una speranza e ad una volontà di palingenesi spirituale della mia terra, l’Irpinia, a cui sono visceralmente legato, nonostante tutto. L’opera e le idee di Pasolini erano disperate, ossia prive di speranza, almeno in apparenza; in realtà erano pervase da un profondo sentimento di religiosità, scevro tuttavia di qualsiasi forma di moralismo o di fondamentalismo. La religiosità pasoliniana era indubbiamente laica. D’altronde egli era un intellettuale marxista e marxisticamente ha cercato di analizzare e descrivere la realtà del suo tempo, con coraggio, lucidità ed onestà morale ed intellettuale. A mio parere, il compito dell’intellettuale è certamente quello di provare ad interpretare e a conoscere la realtà, ma è anche quello di tentare di migliorarla. Insomma, bisogna comprendere e spiegare il reale, l’essere, ma c’è ancora più bisogno di comprendere e spiegare, dunque attuare, l’ideale, il dover-essere. Ma, da solo, l’intellettuale è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze materiali e sociali presenti e operanti nella realtà in un determinato momento storico. In tal senso, la speranza di rinascita spirituale dell’umanità, a partire dalla mia umanità, deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da proporre e promuovere politicamente, ossia in sede terrena, non ultraterrena. Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, cambiando magari il mondo in cui viviamo. Irpinia FelixIRPINIA FELIX
Negli ultimi decenni una profonda e convulsa trasformazione economica, antropologico-culturale e identitaria, si è compiuta nelle aree interne dell'Irpinia, sconquassando furiosamente una società rimasta ferma e immutata per lunghi secoli di storia.
Già nel corso degli anni Sessanta la società irpina, ancorata per secoli ad un assetto economico di tipo latifondistico, ha conosciuto un primo, sconvolgente sviluppo verso la modernità, con il trapasso da un modo di produzione agricolo e semifeudale ad un'economia non più solo rurale, incline al settore terziario, per cui una parte consistente delle classi sociali si sono riversate nell'ambito dei commerci, dei servizi e del pubblico impiego, mentre l'emigrazione in massa dei braccianti agricoli ha causato l'abbandono e la sterilizzazione di fertili terreni prima coltivati.
La meccanizzazione dell'agricoltura irpina ebbe inizio proprio durante gli anni Sessanta, contrassegnati dal primo "boom" economico nazionale.
Successivamente, nel corso degli anni Ottanta, in virtù dei fondi economici statali assegnati per i lavori della ricostruzione dei centri terremotati, fu avviato un ambizioso quanto controverso esperimento, quello dell'industrializzazione delle aree interne.
Si decise di trasferire e impiantare le fabbriche, le stesse fabbriche installate in pianura (ad esempio nella grande pianura attraversata dal Pò), in zone di montagna, in territori aspri e tortuosi, difficilmente raggiungibili e percorribili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e comunicazioni, in cui i primi soccorsi legati all'emergenza post-sismica stentarono non poco ad arrivare a destinazione.
Un'impresa ardua, velleitaria, forse impossibile, perdente sin dalla nascita. E non poteva essere diversamente, dati i presupposti iniziali.
Un processo di sottosviluppo che ha rivelato la propria natura regressiva e rovinosa, in quanto ha arrecato guasti e scempi irreparabili all'ambiente, al territorio e all'economia locale, di carattere prettamente agricolo e artigianale.
Basta farsi un giro in Alta Irpinia per scoprire un paesaggio ormai sfigurato per sempre.
Si trattava di un tentativo di industrializzazione e modernizzazione economica storicamente determinato dalla trasformazione post-industriale e dalla post-modernizzazione delle economie capitalisticamente più avanzate del Nord. Questo piano presupponeva il trasferimento di capitali e di incentivi statali destinati a finanziare la dislocazione di macchinari e attrezzature industriali ormai obsolete e superate dai processi di ristrutturazione tecnico-produttiva in atto nelle aree capitalisticamente più evolute del Nord Italia. Pertanto, quel progetto di (sotto)sviluppo era destinato a fallire sin dal principio, nella misura in cui è stato concepito e gestito in maniera clientelistica, favorendo l'insediamento di imprese provenienti dal Nord Italia, senza valorizzare e tutelare le ricchezze, le caratteristiche e le esigenze del territorio, senza tenere nel dovuto conto i bisogni e le richieste del mercato locale, senza promuovere le produzioni e le coltivazioni indigene, sfruttando la manodopera disponibile a basso costo, innescando un circolo perverso e vizioso, come si è infine dimostrato alla prova dei fatti.
Le nuove forme di precarizzazione economica e sociale.
L'espansione e l'accelerazione storica impressa nelle nostre zone dalla ricostruzione post-sismica, sostenuta da un ingente flusso di denaro pubblico, hanno determinato soprattutto un imbarbarimento dei rapporti umani e sociali.
Dopo oltre 26 anni la fase dell'emergenza e della ricostruzione post-sismica non si è ancora pienamente conclusa, perlomeno non in tutti i centri più gravemente danneggiati dal terremoto del 1980.
Negli anni Novanta l'espansione e, successivamente, la crisi e il declino, sia ideologico che strutturale, di quel processo di globalizzazione economica neoliberista contestata e rigettata ormai in tutto il mondo, costituiscono un fenomeno che si è rapidamente determinato anche in Alta Irpinia, con tutte le drammatiche conseguenze che ciò ha inevitabilmente comportato.
Questa nuova, improvvisa accelerazione storica ha condotto fasce sempre più estese di popolazione, soprattutto giovanile, verso il baratro della disoccupazione, dell'emigrazione, dell'alienazione, dell'emarginazione, della precarizzazione, della disperazione.
Rispetto a tali problematiche, le "devianze giovanili", i suicidi e le nuove forme di dipendenza - dall'alcool e dalle droghe pesanti - sono solo i sintomi più evidenti e inquietanti di un diffuso e crescente malessere sociale.
Occorre aggiungere che anche un'ampia percentuale della popolazione senile accusa stenti, tormenti e privazioni, derivanti soprattutto dall'abbandono e dalla solitudine, disagi che in passato erano ammortizzati e compensati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle forme, nelle caratteristiche e nelle dimensioni di un tempo.
Piccoli centri di montagna, che non offrono nulla o quasi, ai giovani, sia in termini di prospettive occupazionali, sia in termini di opportunità e occasioni di svago e divertimento, di aggregazione sociale e di crescita culturale, tranne qualche bar, pub o altri tipi di locali pubblici nei casi più fortunati, sono diventati luoghi desolanti di noia e di vuoto esistenziale, per cui attecchiscono abitudini insane, allignano in forma massiccia devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, comportamenti che fino a 20 anni or sono erano assolutamente impensabili e sconosciuti.
Alcuni dati emblematici.
Le cifre più significative che attestano le dimensioni di un diffuso disagio sociale, sono inequivocabilmente drammatiche e sconcertanti.
I numeri indicano chiaramente una crescita massiccia e costante di fenomeni davvero allarmanti come, ad esempio, le stime relative ai suicidi.
Il numero dei suicidi registrati nella provincia di Avellino relativamente allo scorso anno, il 2006, ha purtroppo oltrepassato quota 40.
Addirittura pare che alla provincia di Avellino spetti il triste primato dei suicidi nell'ambito delle regioni meridionali. Con sette suicidi ogni centomila abitanti l'Irpinia condivide con la provincia di Potenza questo lugubre e angosciante primato rispetto a tutto il Meridione d'Italia. A voler essere più precisi, il dato riferito alla provincia di Avellino riguarderebbe in modo particolare le zone dell'Alta Irpinia.
All'origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico.
L'Istat riferisce che gli italiani poveri sono 7.577.000. Il 22 per cento della popolazione meridionale vive praticamente sotto la soglia di povertà.
In Alta Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta oltre il 20 per cento.
Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 50 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa.
I tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento.
Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio "triangolo della morte", così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l'uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori delle altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l'eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell'area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.
Quali sono le risposte fornite dalle istituzioni e dalle amministrazioni pubbliche locali?
Nella migliore delle ipotesi, nessuna. Invece, nella peggiore delle ipotesi, il ricorso sistematico, ottuso e controproducente alla forza pubblica, attraverso l'inasprimento dei controlli (anche di tipo elettronico), dei posti di blocco, della repressione poliziesca e carceraria. Come se tali sistemi e provvedimenti di natura autoritaria e quasi draconiana, derivanti dalla legislazione proibizionista, si fossero mai rivelati un efficace deterrente contro il consumo di stupefacenti e altri simili comportamenti. Come se la semplice e pura repressione potesse provvedere un valido rimedio rispetto ai disagi psicologici ed esistenziali in rapido e costante aumento anche nelle nostre zone, che denotano piuttosto un tipo di malessere originato da altre gravi emergenze, sociali e ambientali, non ancora risolte. Mi riferisco soprattutto alla disoccupazione, alle nuove forme di emigrazione, alla precarizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro e di vita, all'assenza di regole, diritti, tutele e speranze per le giovani, e meno giovani, generazioni irpine.
Se non si affrontano seriamente e non si risolvono alla radice tali problematiche, difficilmente si potrà estirpare il malessere dilagante e diffuso anzitutto tra i giovani delle nostre comunità. Giovani abbandonati all'angoscia, allo sconforto e alla disperazione, nella misura in cui non possono coltivare nemmeno la fiducia e la speranza verso un avvenire più radioso e più ameno.
L'ottimismo è ormai diventato un lusso riservato a pochi privilegiati.
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